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Di questi giorni di fine di Berlusconi sono molto felice. Ma proprio tanto. Sono anche, queste della crisi di governo, piacevolissime giornate limpide di autunno. Non capisco chi scuote la testa, chi si infuria o strabuzza gli occhi quando uno esprime della contentezza: fino a ieri si sperava, si strillava, si detestava giustamente il presidente del consiglio, e adesso tutti così imperturbabili, consci, seri. Gioite, cacchio, ché abbiamo sperato nel cambiamento delle cose per anni, e ora finalmente cambiano. Certo che è difficile, certo che è un casino, certo che la fine del mese: sono cose che sappiamo, e che valevano anche quattro giorni fa. La differenza è che adesso la condizione di marcescenza statica del paese diventa dinamica: stiamo togliendo un tappo. Il resto si vedrà. L’umiltà e la leggerezza di dire anche solo «Alé!» secondo me vanno cercate e trovate in fretta. Detto questo, c’è un aspetto, uno solo, che trovo avvilente in questa fase. Il maschilismo endemico del nostro paese si sta manifestando in modo chiaro proprio in un momento di assunzione di responsabilità, durante la crisi, quando è il caso di intervenire tempestivamente in emergenza. Le persone di valore, i fenomeni si fanno largo tra gli improvvisati, e non si scherza più. E i fenomeni sono tutti maschi. Scompaiono quote (imposte, concordate o di fatto), e il paese dimostra di non potersi affidare ad altri se non ai maschi. Non esiste una classe dirigente femminile in Italia, ed è fisiologico che in lizza per la presidenza del consiglio non ci sia nemmeno una donna. È un punto su cui c’è poco da farla lunga: siamo abituati, lo sappiamo, e ne prendiamo ulteriormente atto. Ma si va oltre. Niente ministre, consigliere, assistenti, figure strategiche o ruoli di rilievo: le donne servono al colore di Gabriella Carlucci, alle cazzatelle di contorno sulle Smart. Per il resto c’è poco da perdere tempo. Andate a rassettare. Adesso basta chiacchierare. Sono cose serie. Sono cose da uomini.